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Giovedì, 17 Maggio 2012
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«No, quella normativa è una vera vergogna»

La Direttiva sulla vivisezione votata dal Parlamento europeo l'8 settembre scorso ha creato molte perplessità e qualche divisione nel mondo animalista. Cerchiamo di capire le ragioni di chi ha raccolto firme contro di essa nelle parole di Vanna Brocca, direttore del giornale della LeAL. 

Perché avete definito questa direttiva "una vergogna europea"? 

Perché poteva mettere le basi per un superamento della vivisezione e non lo ha fatto. Poteva prendere le distanze da questa pratica scientificamente inattendibile e moralmente ripugnante puntando sullo sviluppo dei metodi alternativi e invece ha ceduto al ricatto dei gruppi chimico-farmaceutici e di parte del mondo accademico la cui carriera dipende dalla sperimentazione animale.


È solo una questione economica? 

Di potere e altro ancora. Alle porte bussa il Reach, il Regolamento che impone di valutare, ed eventualmente eliminare, le sostanze chimiche immesse sul mercato europeo prima del 1981: si tratta di almeno 30mila sostanze che non hanno mai superato alcun "esame" che ne certificasse la sicurezza. Se verranno testate sugli animali non sapremo mai con certezza se sono innocue oppure no. Il perché lo racconta un ex direttore di laboratorio al Cnrs di Parigi, Claude Reiss. Ecco che cosa ci ha spiegato: se sospetti che una data molecola sia un "po'" cancerogena ma non vuoi farlo sapere, basta scegliere un topo adatto tra quelli disponibili: per esempio il ceppo B57L1, noto per la sua resistenza ai tumori. Ordini gli animali a un allevamento specializzato e li esponi per 90 giorni al prodotto facendo attenzione a nutrirli poco. Alla fine, i topi che avranno sviluppato una neoplasia saranno pochissimi, tu avrai fatto ogni cosa a norma di legge, e il prodotto avrà il via libera. 

 

Ma la Direttiva parla di "metodi alternativi" agli animali. Non diventeranno obbligatori? 

No, perché strada facendo l'articolo 13 ha perso il capoverso che rendeva obbligatori tutti i metodi sostitutivi "ragionevolmente disponibili" e "scientificamente soddisfacenti". Ora saranno obbligatori solo quelli accolti dalla legislazione comunitaria, una piccola frazione di quelli esistenti. 
In Italia abbiamo una legge in materia, la 116, che su alcuni punti è più garantista della Direttiva. 

Cosa succederà? 

Il governo può mantenerla, ma la domanda è: vorrà farlo? Vorrà mettersi in una situazione di svantaggio competitivo rispetto agli altri? È chiaro che a quel punto investimenti e laboratori punterebbero su altri Paesi. E per gli animalisti italiani che vittoria sarebbe? Ha senso salvare i "nostri" animali sapendo che aumentano le sofferenze di quelli nati altrove? 

Si può ipotizzare un miglioramento di questa direttiva, almeno sul piano nazionale? 

L'articolo 2 non lo consente: gli Stati membri non possono darsi, né ora né in futuro, misure più restrittive. Una cosa del tutto logica se è vero, per dirla con la Commissione e il Consiglio, che la Direttiva andava riscritta per "armonizzare il mercato interno" e garantire "condizioni di parità alle imprese e ai ricercatori" della UE. 


Fonte: www.liberazione.it del 23/09/2010 articolo di Viviana Ribezzo


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